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Don't look up: il dilemma dello struzzo

di Francesco Di Donna09/11/22
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Tempo di lettura 6 minuti

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Premessa: a pochi giorni dalla scoperta dell'asteroide 2022 AP7, riparte il mio viaggio su TRaMe, e la mia nuova rubrica riprende - non casualmente - da dove mi ero interrotto. 

Post-premessa: contiene spoiler e rappresenta il semplice e parziale punto di vista di chi
scrive, cercate di arrivare fino in fondo

È recentemente apparso sul maxi schermo – e su quello mini targato Netflix – il
nuovo film con Leonardo Di Caprio, Jennifer Lawrence, Cate Blanchett e Meryl Streep
(prima linea di un cast azzeccato), Don’t look up.
Il regista Adam McKay mette in scena una commedia satirica e apocalittica dal sapore
agrodolce: la fine del mondo (del nostro mondo) è vicina e viene raccontata con
drammatica leggerezza e profonda ironia.
Se ne può uscire leggermente frastornati, come quando si assiste agli scandali
politici, cui ormai si è abituati: disgustano, ma poi sovente ci si ride su.
Un Roland Garros di emozioni e schiaffi: l’unica tenera carezza di compassione viene
dal fatto che sempre più spesso riflettiamo sulle catastrofi del mondo a livello
teorico, ma non le percepiamo mai prossime.
E questo dà un senso di tranquillità, calma apparente. Fine, sì, ma non imminente.
Insomma, quel bipolarismo di cui la società contemporanea è gravida.

Agli ordini del Professore Randall Mindy, la dottoranda Kate Dibiasky scopre una
cometa del diametro di 9 km (dalla cui grandezza prende il soprannome astronomico
Killer di pianeti), il cui calcolo di scia irrompe con violenza nei timori più reconditi
degli studiosi: punta dritta verso la Terra.
L’impatto viene pronosticato, con affascinante esattezza scientifica, a “6 mesi e 14
giorni”. Inizia il countdown per il pianeta terrestre più grande del sistema solare, e
per i suoi ospiti – fino ad ora conosciuti come gli unici esseri viventi dell’Universo.

Accompagnati dal Dottor Teddy Oglethorpe, capo dell’Ufficio di Coordinamento della
Difesa Planetaria (che sì, esiste veramente, come ci tiene a specificare il regista
durante la proiezione) in quel di Washingiton, i due protagonisti vengono (non) accolti
alla Casa Bianca da maschere goldoniane, intente a festeggiare un compleanno.
C’è il Generale Themes del Pentagono; c’è la Presidente degli USA Janie Orlean; c’è il
capo di gabinetto dell’ufficio di Presidenza, Jason Orlean, cocco di mamma
(cocainomane con scarse doti di empatia), a sottolineare un certo familismo che è
ben presente in tutti i sistemi di potere e rappresentanza odierni.
Soprattutto se corredato da incompetenza.
Comincia il varietà del surrealismo, in cui il colpo di reni per la salvezza del pianeta
viene sorpassato dai più urgenti obiettivi politici di una campagna presidenziale che
impazza tra scandali a luci rosse.
Come dite? Roba già vista? Touché.

I social media e i talk show la fanno da padrone, cavalcando storie d’amore tra vip,
crisi e riappacificazioni che incantano le platee, addomesticate dall’algoritmo che
calcola i trend di tendenza.
È l'era dello spiattellamento in diretta del privato (finto?) e dello sfottò all’ennesima
potenza, incistito sulla pratica del meme.
Kate è l’unica che racconta la verità senza mezzi termini – “moriremo tutti, cazzo!” –
coerentemente in preda allo sconforto, e per questo viene annientata dalla gogna
mediatica, sminuita, quasi tacciata di stregoneria.
Medioevo: un eterno ritorno.
"Che c’è di criminale nel raccontare la verità?" si domanda. Non solo lei.
Come dite? Roba già vista? Touché.

L’ennesimo sexgate sconvolge l’entourage della Presidente che, per uscirne pulita,
decide finalmente di prendere in considerazione l’azione salvifica, che la ergerebbe a
paladina della giustizia: viene ora avviato un piano di distruzione (o quasi) della cosiddetta
Killer di pianeti, annunciato in diretta live come si fa su Mediaset la domenica
pomeriggio. Anche le luci di ripresa pare siano le stesse.
Si sa che quelli di Mediaset hanno studiato la Comunicazione a stelle e strisce.
Politicamente, serve un capro espiatorio, qualcuno da sacrificare, qualcuno cui
attribuire il ritardo di una scelta così importante: ne fa le spese la Direttrice della
NASA, poiché viene a galla che prima del supremo impiego svolgeva il ruolo di
anestesista. La scalata di certi personaggi è sempre stata affascinante e
incomprensibile.
Come dite? Roba già vista? Avete ragione, maledizione!

L’opinione pubblica, sapientemente ammaestrata, cambia di nuovo bandiera: ora lo
scienziato Mindy diventa un sex symbol e la dottoranda Dibiasky è solo meno matta
di prima ed entrambi sono forieri di verità, ospiti fissi di un programma TV condotto
dalla coppia pop Jack Bremmer – Brie Evantee (cioè la versione di Cate Blanchett che
cede alla tentazione dell’unico anello del potere: un colpo di fulmine, non solo per
me).
La cometa è il nuovo nemico comune.
La missione di difesa della Terra ha bisogno di un eroe, uno di quelli
filo-Reagan da scudo stellare, e per questo ruolo marginale ma essenziale viene
scelta la mimica di Ron Perlman, nei panni del colonnello razzista Ben Drask (al
tramonto della pellicola, tornerà il suo faccione in una scena che riproduce tutto il
disagio della categoria che rappresenta).
Il lancio spaziale è seguito in diretta mondiale, con tanto di #launchchallenge social
che comporta – come tutte le #challenge social – effetti indesiderati, ma viene
interrotto, in modo piuttosto deludente, per volere del sociopatico Peter Isherwell, un
tycoon delle Comunicazioni: il terzo uomo più ricco della Terra, nonché finanziatore
platinum della campagna presidenziale Orlean.
Fondatore e amministratore della Bash, azienda che sviluppa intelligenza artificiale,
scopre che la cometa ha al suo interno delle risorse che sul nostro Pianeta stanno
terminando, per un valore di oltre 140 trilioni di dollari.
Quale nemico porta con sé 140 trilli? A parte Giuda…
Roba già vista, lo so.

Una fuga di notizie lascia trapelare il prossimo obiettivo: un nuova missione targata
Bash intende disintegrare la cometa, per ridurne l’impatto sulla Terra, permettendo
così la razzia delle risorse che offre. A chi sopravvive, si capisce.
Il progetto è ambizioso ma insicuro: crea posti di lavoro e narra un futuro radioso, ma
manca il collaudo (“le azioni della Bash sono più rassicuranti del metodo scientifico”,
la chiosa di sconforto dello scienziato DiCaprio).
La società civile si divide: una parte ultra-positivista si fida ciecamente; un’altra parte
moderatamente realista teme la catastrofe; il 30 % della popolazione non crede alla
cometa. La statistica è un’altra materia da sempre affascinante.
Come? È stato un esame ostico anche per voi? Immagino…

Ad un tratto, però, il lampo pirandelliano.
Neanche tanto metaforico, perché è proprio la cometa che diventa visibile a occhio
nudo. Tutti gli esseri umani la possono vedere. Esiste. Ed è bellissima.
“Look up! Guardate in alto!”, gridano i neo-illuministi.
“Don’t look up! Non guardate! Non date ascolto ai sovragguardisti, che vi guardano
dall’alto verso il basso”, rispondono i "sociopatici fascis*" (cit.).
Il mito della caverna è ciò che di Platone ci resta più impresso e viene qui riadattato
al ventunesimo secolo e alla sua schizofrenia. C’è chi grida la verità, definitiva e
bruciante; c’è chi la ignora, annichilito dal sonno della ragione.
La frustrazione si gioca sempre nel solito punto di squilibrio: l’incompetenza del
potere.
Lo afferma bene il Professore Mindy nel suo ultimo sfogo in diretta tv, che lo declassa
dal podio della popolarità.

C’è veramente tutto, in questo film.
La critica al capitalismo occidentale, al totalitarismo mediatico, all’ignoranza
sistemica, all’indifferenza anestetica.
Il collasso ambientale, la politica oligarchica, l’onnipotenza dell’algoritmo, la
mediocrità e l’inettitudine dell’uomo, appunto, medio-basso.
Quest’ultimo moltiplica il dilemma del Free-Rider e se diventa egli stesso un
massimo rappresentante delegato nella stanza dei bottoni, bè… è tutto finito.
Non solo, l’accenno alla Geopolitica – tema carsico nello sviluppo della trama, con
manifestazioni sul finale – è reso alla perfezione con la scelta dell’interprete di Peter
Isherwell, quel Mark Rylance premio Oscar e BAFTA come migliore attore non
protagonista ne Il Ponte delle Spie, manuale sulla Guerra Fredda.
Nel mezzo del cammin di questo inferno, piccoli e brevi frame di vita naturale
vengono iniettati negli occhi dello spettatore, regalando forse un assist gold per
comprendere il significato dell’esistenza e di ciò che merita veramente attenzione,
prima che sia troppo tardi.

McKay non è nuovo a trame che squarciano il velo di ipocrisia che aleggia
incontrastato sul genere umano, grazie alla resa – piuttosto incondizionata – della
ragione. Non a caso, è vincitore del premio Oscar per la miglior sceneggiatura non
originale con La grande scommessa, tratto dal best seller di Michael Lewis sulla
ormai nota crisi dei subprime del 2007, le cui conseguenze devastanti sono ancora
palpabili. Anche in quel report pregno di realismo, il primo piano della telecamera si
insinua nelle pieghe – e nelle piaghe – di una potenza mondiale vicina al collasso,
cullata dal moto narcotico del capitalismo.

Struzzi, struzzi ovunque.
Testa bassa, insabbiata: per timore, per ignoranza, o peggio per convenienza.
Ma occhio a che cosa si lascia fuori.
La cometa, presto o tardi, chissà in che forma, arriverà per tutti.

P.S. : tutto è ammorbidito da una fantastica colonna sonora jazz che accompagna
l’intera pellicola, con tema e variazioni deliziosi, by Nicholas Britell.

Credits: Pixabay

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Scritto da

Francesco Di Donna

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