Buongiorno, è venerdì 20 gennaio, io sono Antonio Roma e questa è ‘Na tazzulella ‘e café, quanto di più simile ad una rassegna stampa settimanale.

L’appuntamento di Politeia di oggi sarà interamente dedicato alla notizia della settimana: l’arresto di Matteo Messina Denaro.

Lunedì mattina, dopo 30 anni di latitanza, è stato arrestato nella clinica privata La Maddalena di Palermo, dove si trovava per sottoporsi a terapie mediche, Matteo Messina Denaro, il più importante mafioso italiano, considerato il capo di Cosa Nostra.

Messina Denaro è stato arrestato nel corso di un’operazione dei carabinieri del ROS (raggruppamento operativo speciale), l’unità che si occupa di criminalità organizzata e terrorismo.

Il comandante del ROS, Pasquale Angelosanto, ha dichiarato che Messina Denaro al momento dell’arresto non ha opposto resistenza. L’inchiesta che ha portato all’arresto è stata coordinata dal procuratore di Palermo Maurizio De Lucia e dal procuratore aggiunto Paolo Guido.

Ma riavvolgiamo il nastro. Chi è Matteo Messina Denaro?
Come scrive Stefano Nazzi sul Post “le autorità lo cercavano da 30 anni, senza successo, pur sapendo di lui moltissime cose: che soffriva un po’ di strabismo, che adorava i dolci alla ricotta e che passava molte delle sue ore da latitante a giocare ai videogiochi (testimonianza di alcuni pentiti) e a fare puzzle (fece contattare una ditta produttrice da un suo fedelissimo per recuperare un pezzo mancante), che lo chiamavano u siccu, il magro, e che lui si era dato da solo il soprannome di Diabolik. Sapevano anche che aveva rinunciato a malincuore alle iniziali cucite sui polsini delle camicie, potenziale indizio sulla sua identità, e che, sempre parola dei pentiti, si teneva in forma con la cyclette.

Matteo Messina Denaro è nato a Castelvetrano (Trapani), nella valle del Belice, nel 1962. Per 30 anni Matteo Messina Denaro è stato considerato il “numero uno” tra i latitanti italiani, e uno dei maggiori ricercati al mondo. L’ultima volta che qualcuno lo aveva visto libero era l’agosto del 1993: Messina Denaro era in vacanza a Forte dei Marmi con i suoi fidatissimi amici Filippo e Giuseppe Graviano. Poi più nulla, fino a oggi. Le storie su di lui avevano delineato la figura di un mafioso spietato, pronto a uccidere anche gli innocenti, forse più furbo degli altri, di sicuro più prudente, ai limiti della paranoia. Fino ad oggi non era mai stato in carcere.

Messina Denaro è nato a Castelvetrano (Trapani), nella valle del Belice, nel 1962. Lì ha frequentato le scuole, fino a quando non si è ritirato dall’Istituto tecnico commerciale Ferrigno di Castelvetrano. Come scrive nel suo libro, L’invisibile, Giacomo Di Girolamo, c’è una lettera, recuperata dalla polizia nel 2015, in cui Messina Denaro scriveva: “Io qualche rimpianto nella mia vita ce l’ho, il non avere studiato è uno di essi. È stato uno dei più grandi errori della mia vita, la mia rabbia maggiore è che ero un bravo studente solo che mi sono distratto con altro”.

Scrive sempre Stefano Nazzi sul Post “ciò che distrasse Messina Denaro fu seguire le orme del padre, Francesco, don Ciccio, boss mafioso di Castelvetrano legato da una stretta alleanza ai corleonesi di Totò Riina, il clan vincente degli anni Ottanta e Novanta. A vent’anni Messina Denaro partecipò attivamente, con ai corleonesi, alla guerra contro le famiglie ribelli di Marsala e del Belice. Divenne il pupillo di Totò Riina. Era già un mafioso però prendeva l’indennità di disoccupazione dall’Inps, e se ne vantava. Andava in giro con una Porsche, si vestiva Armani, al polso aveva un Rolex Daytona.”

Paolo Borsellino, nel 1989, iscrisse il suo nome in un fascicolo d’indagine e un commissario di polizia di Castelvetrano, Rino Germanà, iniziò a indagare su quel ragazzo: quel ragazzo decise di ucciderlo. Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano, a bordo di una Fiat Tipo, intercettarono Germanà sul lungomare di Mazara del Vallo e gli spararono. Il commissario rispose al fuoco, uscì dalla macchina e si gettò in mare inseguito da Bagarella il cui Kalašnikov si inceppò.

Giovanni Brusca, com’è sempre scritto nel libro di Di Girolamo, disse anni dopo durante l’udienza di un processo: “Bagarella le armi moderne non le sa usare”. Germanà si salvò.

Dopo l’attentato, Messina Denaro cominciò la sua latitanza: il suo nome fu iscritto nella lista dei ricercati il 2 giugno 1993, quando era già diventato capo di Cosa Nostra nella provincia di Trapani, nonché leader delle nuove leve. I soldi erano merito delle estorsioni: una percentuale di alcuni degli accordi, dei contratti, delle transazioni che avvenivano nel trapanese doveva essere data ai Messina Denaro. Dallo smaltimento illegale dei rifiuti, dal riciclaggio di denaro e naturalmente dal traffico di droga arrivavano tanti altri soldi che, in un modo o nell’altro, passavano sempre dai conti di centinaia di prestanome. Messina Denaro faceva affari in Sudamerica, Spagna, Francia, Paesi Bassi, Nord Africa. Di Totò Riina era un fedelissimo. A lui spettava esercitare il controllo militare sul trapanese, decidere gli obiettivi da colpire, comandare gli eserciti nelle guerre di mafia.

Altri soldi ancora, sempre tanti, sempre troppi, arrivavano dagli appalti: la sua famiglia aveva il monopolio delle costruzioni nel trapanese. Si occupava dell’intero ciclo produttivo che portò all’edificazione di case abusive ovunque lungo la costa di Castelvetrano e Mazara del Vallo. In una delle aziende produttrici di calcestruzzo, a Mazara del Vallo, dove avvenivano i summit mafiosi, si decise l’attentato a Maurizio Costanzo e stabilì la strategia stragista, che Messina Denaro condivise, segnalando a Riina quali monumenti colpire a Roma, Milano e Firenze per attaccare lo Stato tra il 1992 e il 1993.

Dopo l’arresto di Totò Riina, il 15 gennaio del 1993, Messina Denaro divenne, essendone il delfino, come da copione, il capo indiscusso di Cosa Nostra. Più tardi Riina sembrò pentirsi di questa scelta. 

La storia di Matteo Messina Denaro è lunghissima e ne consiglio vivamente la lettura sia perché Stefano Nazzi ne fa un affresco pazzesco, mettendone in luce sfumature della personalità che ne spiegano e bene le scelte; sia perché è più di uno stralcio della storia italiana. Il nostro (dell’Italia intera e non solo della Sicilia e del Sud) presente purtroppo ne risente e solo documentandoci, parlando spesso ed in modo capillare di Mafia, soprattutto nelle scuole, è possibile, come diceva don Pino Puglisi, condurre una battaglia, affinché non attecchisca ancora e ancora nelle nuove generazioni, contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi. Un’ideologia che inquina le vite di ognuno di noi.

Conclusione della storia

Messina Denaro era stato ricoverato con il nome di Andrea Bonafede utilizzando una carta d’identità falsa e il lunedì mattina del suo arresto aveva un appuntamento per un ciclo di chemioterapia. “Quando è stato arrestato, Messina Denaro si è subito dichiarato, senza neanche fingere di essere la persona di cui aveva utilizzato l’identità”, ha detto il procuratore aggiunto Paolo Guido. Nel corso della conferenza stampa il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha anche sottolineato come “catturare un latitante pericoloso senza ricorso alla violenza e senza manette è un segno importante per un paese democratico”.

Ce verimm, stàteve buòno!