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Giorni buoni e pessimi

di Giulia Pagani13/12/23
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Tempo di lettura 4 minuti

Corre veloce dicembre. Forse è il mese più veloce di tutti. Oggi, per esempio, è una giornata fredda a Milano, e sento addosso tutta la rapidità con cui ci si avvicina alle feste. È più di un mese che in centro alla città sono esposti gli addobbi, eppure è soltanto allo scoccare del dodicesimo mese dell’anno che inizio a percepire in maniera inesorabile la pressione che questo periodo comporta: è tempo di bilanci, di attese, di speranze. Faccio sempre fatica a farlo, il mio bilancio: annego cercando di tirare le fila di tutti gli obiettivi che mi ero posta, di quelli raggiunti e non, finchè quello che resta non mi obbliga a riporre un cieco ottimismo nell’anno che verrà. Ma state tranquilli, non vi racconterò nulla del mio bilancio, nulla di tutto questo. In questo mio ultimo articolo del 2023, voglio lasciarvi un pensiero, qualcosa di personale che non ho mai esposto su questo blog. 

Da quando avevo sette anni, ho sempre giocato a Pallacanestro, ed attraverso questa lente ho  vissuto le mie giornate ed interpretato ciò che mi accadeva intorno. Perchè lo sport, come spesso si dice, è anche “maestro di vita”, ed io credo molto in questo. Da quando poi sono diventata allenatrice oltre che giocatrice, questa visione si è amplificata ancora di più, al punto da farmi scorgere verità a cui prima non avevo posto attenzione: i miei bambini mi insegnano, o ricordano, cose ed emozioni a cui avevo smesso di fare caso. 

Qualche mese fa nel mondo del Basket ha fatto molto scalpore un’intervista di Giannis Antetokounmpo, star di Milwaukee eliminata dalla corsa al titolo NBA. Un giornalista, dopo la sconfitta subita dalla sua squadra, gli ha chiesto se considerasse la stagione “fallimentare”. Giannis a questa domanda si è preso il viso tra le mani, ha respirato forte, una, due, tre volte, ed infine è arrivato a comporre un pensiero di una verità limpida, reso ancora più disarmante se si pensa che lo sportivo arriva a formularlo subito dopo una delusione cocente. Ecco la sua risposta: 

«Mi hai fatto la stessa domanda lo scorso anno, Eric. Per caso tu ricevi una promozione ogni anno nel tuo lavoro? Non credo, quindi consideri il tuo lavoro un fallimento ogni volta che non accade? Direi di no. Ti impegni per ottenere altri risultati, per prenderti cura della tua famiglia, comprare una casa e tante altre cose. Non è un fallimento, ma è un passaggio necessario per provare a vincere. Michael Jordan è stato 15 anni in NBA, ha vinto sei titoli: gli altri nove anni sono stati un fallimento per caso? Mi state davvero dicendo questo? Perché mi fate questa domanda? Dovete capire che nello sport non esiste la logica del fallimento. Ci sono i giorni buoni e quelli pessimi, a volte riesci a vincere e altre no. Ci sono momenti in cui capisci che è il tuo turno e altri invece in cui devi farti da parte: è la logica di base dello sport, non si può vincere sempre. E quest'anno vincerà qualcun altro». 

Poche righe, lineari. Non emerge rabbia da esse, forse solo una punta di rammarico. Egli va definire quella che dovrebbe essere la logica base dello sport: ci sono giorni buoni, dove i risultati arrivano, e giorni pessimi, dove andare in palestra costa fatica, costa dedizione. Ci sono questi giorni, ed entrambi sono parimenti necessari per raggiungere gli obiettivi. Ogni cosa che si fa, la si fa per avvicinarsi alla propria meta. La politica del “fallimento” non dovrebbe esistere, ma è tante volte sulla bocca di chi guarda da fuori imprese sportive e non, senza avere minimamente idea di cosa significa stare dall’altra parte, e di quanto lavoro ci sia dietro ogni singolo step che si affronta. Non si rendono conto, e forse va bene anche così, va bene lasciarli fuori perchè quello è il loro posto, lontano da qualcosa che evidentemente non possono o non riescono a comprendere. 

Ora mi chiedo, cosa c’è di diverso rispetto a questo nella vita?

Viviamo in un mondo che ci vuole sempre al top. Che ci vuole veloci, forti, competenti, social. Che ci vuole sempre “vittoriosi”. Un mondo che spesso è interessato solo ad un’apparenza, alla superficialità di un involucro che promette d’esser sostanza, senza esserlo davvero. 

Ma non è questa la vita, e sarebbe folle pensare di poter obbedire a questi standard. Il riuscire in qualcosa, l’ “essere vittoriosi”, è qualcosa che si può costruire solo a step. Qualcosa a cui si può arrivare soltanto attraversando i tanti piccoli “fallimenti” che ci si porranno lungo la strada. Sembra banale ed ovvio, ma guardandomi intorno mi rendo sempre di più conto che non lo è, che la “logica della perfezione” sta intaccando sempre più ambiti, in maniera alquanto pericolosa. 

I miei bambini più piccoli, che hanno dai 3 ad i 5 anni, spesso non arrivano al canestro quando tirano: bisogna aiutarli a far entrare la palla dentro la retina. E quando succede, loro festeggiano. Anche se sanno di essere stati aiutati, anche se magari da soli non arriverebbero nemmeno al ferro. Sono felici di questo piccolo step, in attesa di avere abbastanza forza per “farcela da soli”. 

È il percorso che conta, non i singoli inciampi o cadute. 

Corre veloce dicembre, e con lui le mille speranze che ci portiamo appresso per l’anno che verrà. È il più veloce di tutti, ma noi non siamo obbligati ad esserlo. Non lo so se oggi per me è un “giorno buono” o un “giorno pessimo”, ma so per certo che è parte di un percorso, e questo mi basta. Questo vi auguro, per il nuovo anno alle porte: giorni buoni e pessimi, parte del vostro viaggio. 

Scritto da

Giulia Pagani

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