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L'Amore e il libro Galeotto: la storia di Paolo e Francesca

di Giulia Pagani13/03/23
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Tempo di lettura 5 minuti

È opinione largamente diffusa che il canto V dell’Inferno dantesco sia uno dei capolavori contenuti nella Commedia. Sebbene possa sembrare a tratti banale, mi sembrava il modo migliore per celebrare  il mese del Dantedì: si tratta della giornata nazionale dedicata al poeta, che cade ogni 25 marzo, a ricordo dell’inizio del viaggio più famoso della Letteratura. 

Dopo essere usciti dal Limbo, Dante e Virgilio entrano nel II cerchio: sulla porta trovano Minosse, giudice infernale che ascolta le confessioni delle anime e le indirizza facendo roteare la coda verso il cerchio a cui sono destinate. La guida ha inizialmente un diverbio con la creatura, adirata a causa della presenza di un vivo al suo cospetto. Esso si risolve attraverso la celebre locuzione pronunciata dal mantovano “vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare”: il viaggio è voluto da Dio, e l’esaminatore non solo non ha alcuna facoltà di bloccarlo, ma deve anche mettersi a tacere. Superato Minosse, si entra a pieno titolo tra i lussuriosi, sballottati da un lato all’altro del cerchio da una terribile ed incessante bufera. Tra di essi, spiccano alcuni nomi celebri: Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride e Tristano. Ma tra tutte, due anime colpiscono l’attenzione di Dante: esse volano accoppiate ed il poeta manifesta la propria volontà di discorrere con loro. 

 

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: "O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!".

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.

(79-87)

Dante alza la voce, e chiama le “anime affannate”: come le colombe trascinate dal desiderio solcano l’aria per raggiungere il nido agognando di raggiungerlo, così esse si staccano dalla schiera in cui si trova Didone per avvicinarsi ai poeti. Sono un uomo e una donna, Paolo e Francesca, ed è propria quest’ultima ad intervenire per soddisfare la curiosità dell’interlocutore: ella prende la parola indicando, come spesso avviene durante tutto l’arco della Commedia, le proprie origini, e per un momento il terribile vento infernale che caratterizza questo cerchio, si placa, dandole modo di iniziare una narrazione commovente. 

 

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense".
Queste parole da lor ci fuor porte. 

(100-108)

 

In modo significativo, tutte queste terzine iniziano con la parola “Amor”. Francesca ci mostra come l’Amore, che subito in un cuore gentile si accende, si impossessò del suo corpo, in un modo che ancora la fa soffrire. Segue poi un verso celebre “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”  la cui interpretazione sarebbe ancora ad oggi controversa: la versione più accreditata parrebbe quella secondo cui l’Amore non concede a nessuna persona che riceve amore di non riamare a sua volta. Nessuno può opporre resistenza alla potenza di Eros. Dopo questi pesanti versi della donna, Dante le domanda, in modo quasi impertinente, in che modo i due hanno captato l’interesse reciproco che provavano: come si sono accorti dell’accendersi della passione tra loro? La sua risposta parte da un assunto, tanto vero quanto triste:

 

E quella a me: "Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore. 

(121-123)

 

Non c’è nulla di peggio che ricordarsi dei momenti felici nella tristezza: in una terzina Dante racchiude tutto il dolore che la donna prova nel rimembrare un amore così forte, un dolore acuito dalla miseria della nuova condizione in cui si trova. Nonostante questa tristezza che l’attanaglia nel ricordo, Francesca acconsente comunque alla richiesta del fiorentino: 

 

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”

(124-138)

 

Se Dante desidera davvero conoscere l’origine dei loro patimenti, lei glieli racconterà, mischiando le parole con le lacrime, come “colui che piange e dice”. I due un giorno leggevano di come Lancillotto fu preso dall’amore per Ginevra: erano soli, e non sospettavano cosa stesse per capitare. Si guardavano, complici nella lettura, si cercavano pallidi tra le righe di quelle pagine. E ad un tratto, ecco il clic decisivo, il punto di non ritorno: Lancillotto baciò la bocca sorridente di Ginevra, e Paolo decise di fare lo stesso con Francesca. Fin qui non ci sarebbe nulla di strano, saremmo semplicemente davanti all’ennesima storia di due amanti, senza nulla di particolarmente grave da condurli addirittura all’Inferno, se non un dettaglio, che qui non viene detto: Francesca era sposata con Gianciotto Malatesta, fratello del suo amato Paolo. Si trattava di un matrimonio combinato, come tipico all’epoca, ideato per riappacificare le famiglie dei coniugi. Il discorso si conclude in maniera cruda, in un colpo, così come la loro relazione clandestina: nell’affermazione “quel giorno più non vi leggemmo avante” è racchiusa tutta la tragicità degli eventi successivi, la fine sul nascere del loro Amore e, contestualmente, delle loro vite, che il marito della donna decide di interrompere immediatamente. La fine di una storia nata tra le righe del libro Galeotto.

Mentre Francesca racconta in questi versi la tragicità di una storia d’amore sconvolgente, Paolo si lascia andare alle lacrime, senza prendere mai parola nell’intero discorso.

 

Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com'io morisse. 

E caddi come corpo morto cade.

(139-1412)

 

Si può notare quale sia la reazione dell’autore. Il poeta è talmente toccato da questo racconto che è vinto dalla pietà e si sente venire meno, come in punto di morte: allora egli in modo iconico cade “come corpo morto cade”, ed il canto si conclude. Poco importa se si tratta di un amore clandestino, al poeta non interessa: vuole raccontarci la forza di questi momenti felici tra amanti, e sceglie di farlo attraverso la potenza di un ricordo, bello e doloroso allo stesso tempo. 

In 142 versi Dante è riuscito a comunicarci la storia drammatica di una passione così forte che ancora lega i protagonisti, dopo, e nella, morte. 

Ancora oggi egli ci parla e per l'attualità delle emozioni che veicola, sembra stato scritto ieri: sempre mi lascia a bocca aperta la maestosità , la bellezza, racchiusa in questi versi. Dante da secoli ci trasporta, ci conduce attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso, tutto per portarci “a riveder le stelle”.

 

credits: pixabay

Scritto da

Giulia Pagani

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