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Self-serving bias: gli errori al servizio del sé

di Giancarlo Stefanino23/11/22
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Tempo di lettura 3 minuti

Quante volte ci troviamo in situazioni in cui ci chiediamo di chi sia il merito o la colpa? 

Quante volte sentiamo di un esame andato male per il metodo di studio fallimentare o di una partita persa per le decisioni sbagliate dell’arbitro?  

 

Il bias cognitivo

Quando si parla di responsabilità la nostra mente attribuisce la causa degli eventi utilizzando la dimensione del locul of control, ossia una variabile psicologica che indica il grado di percezione rispetto al controllo (interno o esterno) del proprio destino e degli eventi. Delle volte però, possiamo incorrere in errori, meglio conosciuti come bias cognitivi.

Il concetto di “bias cognitivo” è riconducibile agli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman. Essi, negli anni ‘70, definiscono questo ‘errore mentale’ come conseguenza dell’applicazione di un’euristica, ovvero di una scorciatoia utilizzata dalla mente per ottenere il risultato migliore con il minimo sforzo. Il bias è dunque un errore che si attiva da un sistema di pensiero intuitivo a causa principalmente della selettività, della velocità, delle troppe o delle poche informazioni nella nostra mente.

Quando si elaborano informazioni importanti per il sé, si insinua un errore fondamentale: il self-serving bias o letteralmente l’errore a servizio del sé. Questo bias si definisce come la tendenza a percepire se stessi in modo eccessivamente positivo e favorevole per il sé, indipendentemente dalla propria volontà. 

 

Come funzionano i self-serving bias

Il self-serving bias si concretizza principalmente in quattro forme: 

Gli stili attributivi a favore del sé: la tendenza generalizzata ad attribuire a se stessi, alla propria capacità e al proprio impegno i risultati positivi e ad altri fattori, quali la sfortuna o l’ingiustizia, quelli negativi. Le situazioni in cui si combinano caso e abilità (sport, esami, richieste di impiego) risultano particolarmente suscettibili al fenomeno. Un esempio diffuso è quello per cui se prendo un bel voto in un esame è tutto merito mio perché ho studiato sodo, mentre se l’esame è insufficiente è solo stata sfortuna o troppo difficile.

Il confronto con gli altri: se messa a confronto con gli altri in generale, la maggior parte delle persone tende a sopravvalutare se stesso rispetto alla media delle altre persone. Il self-serving bias nel confronto con gli altri avviene principalmente in argomenti quali l’etica, la tolleranza, la competenza professionale e l’intelligenza. L’unica cosa che unisce gli esseri umani, indipendentemente da età, genere, religione, status economico o background etnico è che nel profondo di noi stessi crediamo tutti di saper guidare meglio della media dei conducenti” (Dave Barry, 1998)

L’ottimismo irrealistico: essendo spontaneamente ottimista nei confronti degli eventi futuri della vita, si ritiene di produrre autoefficacia, salute fisica e benessere. Attraverso un esperimento sociale, Showers e Ruben (1987) evidenziano come gli studenti con eccessiva fiducia in se stessi tendono a essere meno preparati, laddove i loro compagni, altrettanto capaci ma meno fiduciosi, studiano di più ottenendo risultati migliori.

Falso consenso e falsa unicità: la tendenza a supporre che gli altri pensino o agiscano ugualmente quando si tratta di opinioni o comportamenti indesiderabili o fallimentari (falso consenso), e a sopravvalutare le proprie capacità e i propri comportamenti desiderabili e di successo (falsa unicità). 

 

Carattere adattativo e non adattativo del self-serving bias

Gli errori al servizio del sé da un lato tendono a elevare i livelli di autostima, ma dall’altro possono alimentare sentimenti di inadeguatezza. Occorre altresì considerare che non tutte le persone agiscono sotto l’effetto del bias.

Diversi studi hanno evidenziato come il self-serving bias può essere un fattore protettivo per la depressione, l’ansia e lo stress (Snyder e Higgins, 1988; Greenberg, 2008). Credere nella propria superiorità può sia motivare a raggiungere determinati obiettivi che sostenere la speranza nei momenti più critici.  

Il self-serving bias può assumere tuttavia anche un carattere non adattativo. Innanzitutto all’interno di un gruppo questo errore alimenta la tendenza a ritenere superiore il proprio gruppo rispetto ad altri; allo stesso tempo, sopravvalutare la propria opinione o il proprio comportamento rispetto i membri stessi del gruppo di appartenenza, influenza negativamente i rapporti. Infine, attribuendo la colpa esclusivamente a fattori esterni che non sono sotto il proprio controllo, sarà difficile imparare dai propri errori e fallimenti. Quando ci si prende la responsabilità dei risultati ottenuti, qualsiasi essi siano, le probabilità di imparare da questi e migliorarsi aumentano decisamente. 

L’errore a servizio del sé è normale e ha uno scopo. Diventa necessario, come con qualsiasi altro bias, riconoscerlo, ottenere consapevolezza e imparare a gestirlo, affinché assuma un valore adattativo.  

 

Scritto da

Giancarlo Stefanino

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