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Spazio vitale in rapido consumo

di Alessandra Dondi03/05/23
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Tempo di lettura 7 minuti
Foto di Nguyen Dang Hoang Nhu, Unsplash

L’incremento demografico della popolazione mondiale richiede maggiori spazi fruibili dall’uomo per le proprie attività, in primis per la costruzione della propria abitazione. Tuttavia, senza le attività produttive l’uomo non può sostentarsi e dunque è necessario modificare il terreno in modo tale da renderlo produttivo per il lavoro.

Il suolo è quindi alla base della vita umana da ormai 55 milioni di anni, quando comparvero sul nostro pianeta i primi Primati. Con l’evoluzione delle società ci si è resi conto dell’insostenibilità ambientale e sociale dei modelli di sviluppo finora attuati dagli Stati più benestanti, poiché hanno causato nel tempo un impatto umano sempre più consistente sugli ecosistemi terrestri e incrementato le disuguaglianze tra i popoli.

Consapevoli di ciò, nel settembre del 2000 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite emanava la Dichiarazione del Millennio che elencava otto Obiettivi di sviluppo del millennio da realizzare entro il 2015:

  1. Sradicare la povertà estrema e la fame nel mondo
  2. Rendere universale l'istruzione primaria
  3. Promuovere la parità dei sessi e l'autonomia delle donne
  4. Ridurre la mortalità infantile
  5. Migliorare la salute materna
  6. Combattere l'HIV/AIDS, la malaria e altre malattie
  7. Garantire la sostenibilità ambientale
  8. Sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo

Tuttavia questa prima Dichiarazione fu frutto dell’eliminazione del debito internazionale che gravava sui cosiddetti Paesi in via di Sviluppo[1] e non di una collaborazione internazionale che vedeva come protagonisti tutti gli Stati. Inoltre, la sua mancata applicazione derivò anche dalla concezione della stessa come un programma destinato agli Stati più poveri per “svilupparsi”, implicando quindi un comportamento passivo dei Paesi del Nord Globale.

Consapevoli di queste debolezze, le Nazioni Unite si mossero già nel 2013 per l’elaborazione di un nuovo programma per il post-2015 che fosse frutto di un lavoro integrato tra le diverse istituzioni, a livello sub-nazionale, nazionale e internazionale. Il 21 ottobre 2015 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottava l’Agenda 2030, un programma di azioni da intraprendere entro il 2030 per garantire uno sviluppo sostenibile, possibile però solo se si implementa una visione olistica dello stesso, ovvero integrando gli aspetti economici, sociali e ambientali. Proprio per questo l’Agenda responsabilizza i Paesi del Nord Globale poiché avvantaggiati in quanto aventi già a disposizione tutte le risorse necessarie (in primis quelle economiche) per attuare questo processo.

L’Agenda 2030 si presenta quindi come un programma universale basato su cinque cambiamenti fondamentali:

  1. Leave no one behind;
  2. Centralità dello sviluppo sostenibile;
  3. Trasformazione delle economie per incrementare posti di lavoro e garantire una crescita inclusiva;
  4. Pace e Istituzioni credibili, solide e responsabili (accountable) per tutti;
  5. Creazione di una nuova partnership globale;

Per attuare questi cambiamenti, l’Agenda elenca 17 Obiettivi per lo sviluppo sostenibile (SDGs) con 169 target (ovvero strumenti che permettono di misurare concretamente se l’Obiettivo a cui si riferiscono è stato effettivamente raggiunto).

Di questi, i principali che riguardano il suolo e il suo consumo sono i seguenti:

Obiettivo 8. Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti:

8.2 Raggiungere standard più alti di produttività economica attraverso la diversificazione, il progresso tecnologico e l’innovazione, anche con particolare attenzione all’alto valore aggiunto e ai settori ad elevata intensità di lavoro;

8.4 Migliorare progressivamente, entro il 2030, l’efficienza globale nel consumo e nella produzione di risorse e tentare di scollegare la crescita economica dalla degradazione ambientale, conformemente al Quadro decennale di programmi relativi alla produzione e al consumo sostenibile, con i paesi più sviluppati in prima linea;

Obiettivo 9. Costruire infrastrutture resilienti e promuovere l'innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile:

9.1 Sviluppare infrastrutture di qualità, affidabili, sostenibili e resilienti – comprese quelle regionali e transfrontaliere – per supportare lo sviluppo economico e il benessere degli individui, con particolare attenzione ad un accesso equo e conveniente per tutti;

Obiettivo 11. Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili:

11.4 Potenziare gli sforzi per proteggere e salvaguardare il patrimonio culturale e naturale del mondo;

11.6 Entro il 2030, ridurre l’impatto ambientale negativo pro-capite delle città, prestando particolare attenzione alla qualità dell’aria e alla gestione dei rifiuti urbani e di altri rifiuti;

11.7 Entro il 2030, fornire accesso universale a spazi verdi e pubblici sicuri, inclusivi e accessibili, in particolare per donne, bambini, anziani e disabili;

Obiettivo 12. Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo:

12.1 Attuare il Quadro Decennale di Programmi per il Consumo e la Produzione Sostenibili, rendendo partecipi tutti i Paesi, con i Paesi sviluppati alla guida, ma tenendo presenti anche lo sviluppo e le capacità dei Paesi in via di sviluppo;

12.2 Entro il 2030, raggiungere la gestione sostenibile e l’utilizzo efficiente delle risorse naturali;

12.7 Promuovere pratiche sostenibili in materia di appalti pubblici, in conformità alle politiche e priorità nazionali;

Obiettivo 15. Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno e fermare la perdita di diversità biologica:

15.5 Intraprendere azioni efficaci ed immediate per ridurre il degrado degli ambienti naturali, arrestare la distruzione della biodiversità e, entro il 2020, proteggere le specie a rischio di estinzione;

15.9 Entro il 2020, integrare i principi di ecosistema e biodiversità nei progetti nazionali e locali, nei processi di sviluppo e nelle strategie e nei resoconti per la riduzione della povertà.

Al fine di monitorare lo stato di avanzamento dell’implementazione dell’Agenda, agli Stati è richiesto di "conduct regular and inclusive reviews of progress at the national and sub-national levels, which are country-led and country-driven" (Agenda 2030, paragrafo 79; 2015). Questi documenti sono chiamati Voluntary National Reviews (VNR) e l’Italia ne ha pubblicata una per l’anno 2022 (quindi in riferimento al progresso raggiunto fino al 2021). Il documento riporta i progressi/regressi dell’Italia in riferimento ai principali SDGs[2], senza però indicare le misure intraprese che hanno portato a tali risultati.

Ciascuno Stato, oltre alla propria VNR, può anche decidere di stilare una Voluntary Local Review (VLR) in cui si riportano i risultati dell’attuazione dell’Agenda a livello sub-nazionale. In allegato alla VNR italiana del 2022 è presente anche una VLR che analizza l’applicazione degli SDGs a livello regionale.

Anche in riferimento alla regione Piemonte[3] sono riportati i progressi degli SGDs ottenuti fino ad allora ma anche in questo caso non vengono spiegate le misure introdotte che hanno portato a tali risultati.

È interessante un dato che viene riportato nella VNR in riferimento all’Obiettivo 9.1: “Tra il 2010 e il 2019, il trasporto merci totale è sceso a 350 milioni di tonnellate a causa del calo dell'uso della strada. Tuttavia, è rimasta la modalità di trasporto predominante nel Paese. Nel 2019 il trasporto su gomma ha movimentato 978 milioni di tonnellate di merci (61,9% del totale merci) e il trasporto marittimo ha movimentato 508 milioni di tonnellate (32,1% del totale merci). Il trasporto ferroviario e aereo ha continuato ad essere residuale per le merci” (VNR Italia, pag. 92; 2022).

Se si considera la posizione geografica del Piemonte, si comprende come questa sia strategica per la logistica e dunque l’economia. Inoltre, la provincia di Novara ha un duplice vantaggio: è vicina all’aeroporto di Malpensa e confinante con la Lombardia. Forse questi sono due dei motivi che hanno spinto le amministrazioni locali ad approvare diversi progetti per la costruzione di centri logistici. Infatti, oltre alle aziende di logistica pre-esistenti e all’interporto tra Novara e Galliate, negli ultimi anni sono stati eretti immensi capannoni volti ad ospitare Amazon (Agognate – Novara) e Kering (Trecate). Definibili ecomostri, occupano centinaia di migliaia di metri quadrati (210891 m2 solo quello di Trecate) in un territorio a forte vocazione risicola. Recentemente sono stati approvati due ulteriori progetti per la logistica: uno a Cameri di 152000 m2 e un altro a Pernate di 247000 m2. Sebbene tutti questi programmi (inclusi quelli in fase di realizzazione) prevedano un “recupero” di suolo attraverso la piantumazione di migliaia di piante e arbusti (che però andrebbero anche curati) e il posizionamento di pannelli solari che ricoprano il tetto degli edifici, questo non è sufficiente.

Innanzitutto bisogna chiedersi quanto siano effettivamente sostenibili queste strutture, dal momento in cui comportano un aumento di traffico pesante (e quindi maggiori emissioni di CO2) su strade già altamente frequentate e assolutamente non idonee (si pensi alla SP11R che collega Novara e Trecate), con il conseguente aumento del rischio di incidenti legati a sorpassi automobilistici spericolati. A ciò si collegano due ulteriori fenomeni: l’accelerazione del processo di frattura dell’asfalto e il deterioramento della qualità dell’aria in una zona – la Pianura Padana – tra le più inquinate d’Europa. Novara si posiziona infatti al 22° posto in Italia per mortalità dovuta all’inquinamento dell’aria, con 150 morti all’anno evitabili se venissero implementate correttamente le linee guida dell’OMS, mentre solo il 38,65% del territorio della città è caratterizzato da spazi verdi (ISGlobal Ranking of Cities, 2022). Inoltre, costruire capannoni per un settore in rapida evoluzione con il rischio concreto che tra qualche decennio anche nel novarese tutti questi edifici vengano dismessi e abbandonati, come accaduto in Veneto, a scapito di terreni agricoli, è un grosso rischio per la sovranità alimentare dell’Italia, di cui poco più del 50% del territorio nazionale è coltivabile e di questo circa il 74% è effettivamente coltivato[4].

Il suolo è ciò da cui dipende la nostra esistenza: è fonte di sussistenza sia perché è sul terreno che costruiamo abitazioni e aziende, sia perché è fonte di lavoro, in quanto la terra è il contenitore di tutte le altre risorse materiali (ghiaccio e acqua dolce, metalli, flora e fauna, legname, ecc.). Uno sfruttamento intensivo del terreno, che sia per motivi agricoli o estrattivi, è altrettanto dannoso poiché lo rende infertile e quindi improduttivo.

Bloccare il consumo di suolo in comuni che si posizionano in cima alle classifiche per questo fenomeno è un atto di responsabilità politica per salvaguardare l’ambiente e quindi la salute dei cittadini. Se si vogliono creare posti di lavoro e rendere l’economia territoriale più competitiva, bisogna adottare soluzioni eco-compatibili a tutti i livelli, compresi quelli ambientale e sociale.

Rimandare queste decisioni a un tempo futuro indefinito, delegando la responsabilità alle prossime amministrazioni, è fortemente dannoso poiché permette alle generazioni attuali di sfruttare senza grossi limiti l’ambiente naturale e le sue risorse, a scapito delle generazioni future.

Sebbene i danni siano già stati fatti, la politica è ancora in tempo per limitarne le conseguenze e imparare dal passato recente. Bastano volontà politica e stomaco forte che regga i colpi di scelte potenzialmente impopolari che puntano però a garantire il benessere alla proprie comunità.

 

Vi invito a firmare la petizione del Comitato per Pernate per chiedere di bloccare il progetto di cementificazione del verde che circonda il paese: https://www.change.org/p/sindaco-di-novara-fermiamo-la-cementificazione-di-pernate

 

[1] È più corretto definirli Paesi del Sud Globale (in opposizione ai Paesi del Nord Globale, ovvero quelli più benestanti), poiché tale definizione sottintende la percezione che siano “sottosviluppati”, quindi con un’accezione negativa, quando in realtà tutti i Paesi – compresi quelli occidentali – sono ancora in via di sviluppo sostenibile.

[2] La VNR dell’Italia è consultabile qui. L’analisi degli SDGs è riportata alle pagine 90-94.

[3] La VLR della regione Piemonte è consultabile qui alle pagine 223-259 del documento.

[4] Rielaborazione dei dati presentati da Il Fatto Quotidiano.

 

 

Foto di Nguyen Dang Hoang Nhu, Unsplash

Scritto da

Alessandra Dondi

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