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"Gli Strumenti Umani": viaggio nel Reale di Vittorio Sereni

di Giulia Pagani14/11/22
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Tempo di lettura 5 minuti

Vittorio Sereni nacque nel 1913 a Luino, sul Lago Maggiore, e lì trascorse la sua infanzia. Si tratta di un luogo che lascia un forte segno nella vita del poeta, che vi rimase sempre molto legato. Suo padre era un funzionario della dogana e non a caso la prima raccolta poetica dell’autore, Frontiera, deve molto a questo fatto. La famiglia decise nel 1924 di trasferirsi a Brescia, per dare modo al figlio di poter proseguire gli studi nelle scuole più adeguate, e successivamente, nel 1932, a Milano, dove, dopo una breve parentesi al corso di Giurisprudenza, si laureò in Lettere con una tesi su Gozzano nel 1936. 

Uno degli eventi che più caratterizzò la vita di Sereni fu lo scoppio della seconda guerra mondiale: egli nel 1941 venne aggregato alla divisione Pistoia, di stanza a Bologna, ma nel 1943 venne catturato dagli americani e trasferito in una serie di campi di prigionia nel nord Africa. Tornò in Italia solo nel luglio del 1945. Tutta la sua vita da questo momento fu caratterizzata da un sentimento di “appuntamento mancato con la storia”: si può notare come egli viva l' ambivalenza dolorosa del sentimento di poter finalmente tornare in Italia, ma di farlo come qualcuno che non ha potuto lottare per la libertà di cui si trova ad usufruire.

Vorrei tuttavia concentrami su una raccolta in particolare di Vittorio Sereni, Gli strumenti umani, uscita nel 1965. Questa raccolta si pone l’obiettivo di trattare le problematiche del reale quotidiano andando a creare due piani distinti: da una parte quello personale, che riguarda sostanzialmente il poeta in prima persona, la sua giovinezza, gli scenari ed i luoghi che più hanno caratterizzato la sua vita, mentre dall’altro il piano storico. Su di esso si può fare una riflessione in quanto il tempo in cui Sereni si trova a vivere è un tempo che ha mutato largamente le vie e gli spazi di quella Milano che conosceva, lasciandola preda della nuova società dei consumi e del benessere, in cui egli non si trova del tutto integrato. Giudici, di poco più giovane di Sereni, definirà in un suo componimento Milano “il cuore del miracolo”, e credo che questa definizione sia in qualche modo la più adeguata per definire questa città che rappresenta il boom economico del dopoguerra. 

Ad aprire questa raccolta è la poesia Via scarlatti, che prende il suo titolo dalla via in cui si trovava la casa dove l’autore andò a vivere al suo ritorno dalla guerra.

Con non altri che te
è il colloquio.

Non lunga tra due golfi di clamore
va, tutte case, la via;
ma l’apre d’un tratto uno squarcio
ove irrompono sparuti
monelli e forse il sole a primavera.
Adesso dentro lei par sempre sera.
Oltre anche più s’abbuia,
è cenere e fumo la via.
Ma i volti i volti non so dire:
ombra più ombra di fatica e d’ira.
A quella pena irride
uno scatto di tacchi adolescenti,
l’improvviso sgolarsi d’un duetto
d’opera a un accorso capannello.

E qui t’aspetto.

La poesia era già apparsa nella versione del 1947 di Diario d’Algeria, come testo di chiusura della raccolta, perchè appunto rappresenta il momento di ritorno a casa dopo la prigionia. Possiamo notare all’interno del testo un appello diretto al tu, segnato all’inizio da un rapporto di esclusività e che ha lo scopo di permettere al soggetto di aprirsi al colloquio. Nella strofa centrale invece è presente la descrizione di un luogo fortemente temporalizzato e con un aspetto intenso di registrazione dei dettagli, che attua un dinamismo quasi narrativo. Il poeta non sa dire i volti, non sa tracciare la loro evoluzione, il loro mutare privo di equilibrio. Nella difficoltà resiste tuttavia la pratica del discorso, la fiducia nel dialogo come un progetto di costruzione del riconoscimento reciproco dei volti. Il testo mette in scena il soggetto in una sensazione di spaesamento, sconforto e sfiducia, incorniciato da un appello al tu rispetto al quale l’io si trova in attesa. Quel “e qui t’aspetto” finale contiene il significato dell’esistenza umana, l’angoscia di una possibile disperata salvezza.

Sereni scelse come modello Umberto Saba, con cui entrò in contatto direttamente e che lo aiutò con le prime pubblicazioni. Nella poesia a lui dedicata, che rappresenta sostanzialmente un ricordo che il poeta decise di trasferire su carta dopo la morte dell’amico, Sereni lo raffigurò attraverso una serie di oggetti, “berretto pipa bastone”, una sequenza nominale che rappresenterebbe i suoi emblemi. Il dato rilevante tuttavia è come questa poesia sia in realtà di argomento politico: l’autore, deluso dopo l’esito delle elezioni del 1948 che videro vincitrice la democrazia cristiana sui comunisti socialisti, rappresentò oltre al ricordo dell’amico scomparso tutta la sua frustrazione per ciò che reputò come un vero e proprio tradimento delle aspettative che avevano nutrito una generazione di intellettuali italiani. Possiamo notare tutto il suo rammarico in questi versi: 

[…]

“Porca-vociferando-porca”. Lo guardava

Stupefatta la gente. 

Lo diceva all’italia. Di schianto, come a una donna

Che ignaro o no a morte ci ha ferito”

Questa poesia può essere associata per tema trattato ad un’altra, Quei bambini che giocano, che riprende ancora la figura di Saba, attraverso però stavolta la citazione diretta di alcuni versi del poeta. 

QUEI BAMBINI CHE GIOCANO

Un giorno perdoneranno

Se presto ci togliamo di mezzo. 

Perdoneranno. Un giorno

Ma la distorsione del tempo 

Il corso della vita deviato su false piste 

L’emorragia dei giorni

Dal varco del corrotto intendimento: 

Questo no, non lo perdoneranno. 

Non si perdona ad una donna un amore bugiardo 

L’ameno paesaggio d’acque e foglie 

Che si squarcia svelando 

Radici putrefatte, melma nera 

“D’amore non esistono peccati 

S’infuriava un poeta ai tardi anni, 

Esistono soltanto peccati contro l’amore”. 

E questi no, non li perdoneranno. 

Il titolo, rappresenta una sorta di verso zero dell’intera poesia. Possiamo notare come l’autore faccia interferire la dimensione dell’amore sentimentale nella sua accezione più privata con un altro tipo di amore, che è quello per le sorti della collettività. Secondo l’autore, come non si perdonerebbe ad una donna un amore bugiardo, così allo stesso modo i nostri figli, le future generazioni che oggi non possono decidere le sorti dell’Italia, vedendo i “peccati dell’amore” non li perdoneranno. 

In conclusione è interessante fare una riflessione sul ruolo che assume la poesia per Sereni: essa viene percepita non soltanto come arte pura ma anche come strumento umano privilegiato, che tuttavia funziona sempre più a fatica. Serve a dare forma all’informe esperienza. I due testi in cui la curvatura metapoetica è più evidente sono I versi e La poesia è una passione?

Analizziamo la prima che denuncia la concezione dell’attività poetica come strumento per fare i conti con la realtà, delineando però anche le grandi difficoltà che deve affrontare. 

Se ne scrivono ancora.
Si pensa ad essi mentendo
ai trepidi occhi che ti fanno gli auguri
l’ultima sera dell’anno.
Se ne scrivono solo in negativo
dentro un nero di anni
come pagando un fastidioso debito
che era vecchio di anni.
No, non era più felice l’esercizio.
Ridono alcuni: tu scrivevi per l’arte.
Nemmeno io volevo questo che volevo ben altro.
Si fanno versi per scrollare un peso
e passare al seguente. Ma c’è sempre
qualche peso di troppo, non c’è mai
alcun verso che basti
se domani tu stesso te ne scordi.

In questa lirica è presente un lessico semplice, un tono pacato e privo di asprezze, una sintassi prosastica, ma nonostante questa apparente semplicità il testo è estremamente denso. Possiamo notare un abbassamento dell’io lirico, che corrisponde quasi ad una sua svalutazione, alla consapevolezza della marginalità del poeta e della poesia. L’immagine è quella di un rovesciamento: in un tempo che il poeta non apprezza, le poesie si incidono sul nero per far riaffiorare la luce.

Ci si potrebbe chiedere come mai in questo contesto l’autore si cimenti nell’attività poetica. È proprio lo stesso Sereni a darci una risposta dicendo: “Ci sono momenti della nostra esistenza che non danno pace fino a quando restano informi. E anche in questo, almeno in parte, è per me il significato dello scrivere versi”.  

 

Immagine: Pixabay

Scritto da

Giulia Pagani

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