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Questo vizio borghese

di Mario Roma25/01/23
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Tempo di lettura 2 minuti

Ieri sera guardando Matisse mi sono reso conto di un po’ di cose. Una serie di illuminanti riflessioni hanno trovato rifugio in un angolo remoto, ma comunque abbastanza centrale, da superare il vaglio della ragione, del mio cervello.

Ho cominciato a pensare ai cani, agli altri animali, diversi rispetto all’uomo, con il quale tuttavia condividono aspetti fondamentali dell’esistenza. Se pensiamo alle grandi differenze tra le specie, ci rendiamo immediatamente conto che tutto ciò che ci appare diametralmente opposto, o anni luce distante, non è frutto di un disequilibro biologico, bensì di un sistema mentale stratificato, di un pensiero che precede la natura, di un’idea non basilare. Certo, questo è un bene direte voi. È proprio grazie a questo slittamento di prospettiva che non ci inchiniamo nelle aiuole di paese per espletare le nostre funzioni fisiologiche (non tutti almeno), o non siamo morbosamente dipendenti da biscottini, che qualcuno ha nascosto in casa (non tutti almeno).
È anche vero però che questo sistema stratificato di usi e costumi e prima ancora di rigida impostazione sociale che ci siamo dati (anche se io non ne ho colpa, perché quando sono nato già c’era) è estremamente coercitivo e non per forza, adatto a tutti.

Io, ad esempio mi sono reso conto di non essere portato per il lavoro. Non è il primo anno che lavoro certo, ma è il primo anno in cui rifletto in maniera dettagliata su tale aspetto. Sarà che quest’anno ho degli orari strani, che passo meno tempo a casa (nemmeno andassi in miniera), ma tant’è. Che poi mi permetto di dire che anche questa cosa della miniera mi sembra sopravvalutata. Mi spiego meglio, con tutto il rispetto per i minatori che fanno assolutamente un lavoraccio, non credo che nessuno di coloro che utilizza questo detto popolare, ne abbia mai conosciuto uno. Aggiungo anche, che non è necessario che uno faccia il minatore per lamentarsi della sua giornata lavorativa, o per essere lievemente appesantito dai ritmi frenetici del vivere moderno. Torniamo a quanto detto sopra però, ciò che intendo dire è che questa storia del lavoro mi pare una grande farsa, un vizio tutto borghese. Ci siamo dati una società, dei ruoli all’interno di essa, un sistema di retribuzione per questi ruoli, una gerarchia sociale ed economica basata su di essi. Tutte cose giuste forse, ma la domanda è: chi lo ha deciso? Chi ha scelto per me? Direte voi, che la soluzione è semplice ed è quella di non lavorare e potreste anche aggiungere che però così non ci si può pagare le spese e di conseguenza vivere. Il nostro passaggio su questa terra è assolutamente definito dal lavoro, come se per rimanerci fosse necessario produrre qualcosa. Attenzione però, non creare, produrre. Non c’è dinamica artistica in tutto questo. Anche i lavori più creativi, più artigianali, nel senso tecnico del termine, hanno la loro ragione di sussistenza in qualcosa che è altro dalla creatività, che è altro dall’arte. Ecco che sento frasi come “capisco Arte, Musica e Ginnastica, ma la Matematica e l’Italiano vanno studiati”. Ancora una volta non c’è un’idea di accrescimento del sapere, bensì una graduatoria disciplinare, che si autoregola in base alle prospettive occupazionali e retributive.

La domanda resta sempre la stessa: chi ha scelto per me?

Scritto da

Mario Roma

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