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Il Lambro e gli affluenti del Po

di Mario Roma22/02/23
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Tempo di lettura 3 minuti

Di lavoro ho già parlato e per quanto non abbia esaurito la mia vena polemica in merito, non vi tedierò con un altro capitolo della stessa storia. Cambierò libro, ma la vena polemica rimarrà. Così, solo per avvertirvi.

Ho sempre pensato che non ci fosse alcun tipo di innovazione nella didattica della competizione, in quel modo di insegnare che pone gli studenti l’uno contro l’altro, alla ricerca del migliore, nel tentativo di scovare il prossimo genio, colui o colei che riuscirà a concludere gli studi prima degli altri, inserirsi prematuramente nel mondo del lavoro, guadagnare più soldi dei colleghi e godersi la pensione.

Ciò che trovo assurdo è l’idea che l’apprendimento possa essere un concetto legato al tempo; ci danno delle scadenze, delle time-table, perché poi da grandi lavoreremo in equipe e faremo parte del team (che poi chi ci vuole lavorare in equipe), ci dicono che siamo più bravi, quanto meno tempo impieghiamo per laurearci, ci raccontano che è corretto preparare 4, 5, 6 esami a sessione perché ciò significa avere più tempo (di nuovo) per preparare la tesi. Il sistema universitario si basa sulla scansione in cfu e ogni cfu (se la memoria del mio passato accademico non mi inganna) corrisponde a 25 ore di lezione e di studio casalingo. Ora mi chiedo, è normale che la conoscenza debba rispettare una logica di preparazione di questo genere, è normale che sia sempre lo studente a doversi adattare ad un sistema prestabilito e rigoroso? È normale che la dinamica gerarchica e burocratica per cui alcuni esami sono più importanti solo perché valgono più cfu persista nel nostro sistema scolastico? Non sono fatto per la demagogia, non voglio quindi dire che la scuola fa schifo, che si stava meglio quando si stava peggio e che una volta era tutta campagna, ritengo tuttavia che la corsa sfrenata per tagliare il traguardo il prima possibile, prendere un pezzo di carta e aprirsi al mondo lavorativo non sia semplicemente corretta. I modelli che ci propinano sono quelli di studenti pseudo robotici che studiano in atenei prestigiosi e concludono gli studi anzitempo e tutto ciò è nocivo, non solo perché quello non deve essere un modello, ma anche perché la didattica e l’apprendimento, la conoscenza e l’assimilazione necessitano di tempo. C’è bisogno di aspettare, di permettere al pensiero critico di sedimentare. C’è bisogno di educare al fallimento, all’errore, alla ricerca continua della strada migliore (non più remunerativa) per noi, anche se questa è la meno battuta. Delle nozioni non me ne frega niente, di sapere in quale museo d’arte contemporanea si trova l’opera dell’artista mezzo pop astratto non me ne importa nulla, lo cerco su internet se mi serve; di studiare ore ed ore quali sono gli affluenti del Po e quanto è lungo il Lambro, per superare un esame di geografia, con il professore solone che ritiene questi elementi come fondamentali per lo sviluppo della civiltà, semplicemente non mi va. Come disse Antonio sapere la data delle guerre puniche non salverà i nostri figli. Sarà la riflessione, il pensiero critico appunto, il ragionamento, la capacità di adattare la nostra sensibilità e ciò che abbiamo appreso, alle domande stringenti che la società ci pone, ai dilemmi della contemporaneità, nell’ottica di un bene comune, di una vita solidale, di una ripartizione delle ricchezze, di un amore universale. Questo porterà al cambiamento, alla salvezza.

Scritto da

Mario Roma

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