Rivedere come si struttura la socializzazione di genere avvantaggia le lotte femministe: il contributo scientifico del libro “Diversi. Le questioni di genere viste con gli occhi di un primatologo” di Frans de Waal

Oggi, mercoledì 1 marzo, la bustina di tè che vi offro, recupera un tema caro al mondo dell’attivismo, anche alle forme online: la socializzazione di genere. 

Ad aver accompagnato questa riflessione è stata la lettura di “Diversi. Le questioni di genere viste con gli occhi di un primatologo” di Frans de Waal (edito Raffaello Cortina Editore): riporto qui i risultati di alcune osservazioni interessanti e anticipo che si tratta di un libro imprescindibile per tutte e tutti coloro i quali vogliano approfondire su base scientifica qualsiasi tema legato agli studi di genere.

[Fuori traccia: mentre scrivo, ho messo su l’album The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd che uscì esattamente oggi, mezzo secolo fa].

[Inoltre vi lascio qualche link  per familiarizzare con alcune definizioni, sono utili anche per fruire meglio di questo contributo: Sesso, genere, ruolo di genere, identità di genere, Transgender, Transessuale e Intersessuale].

Primatologia: le radici di una scienza potenzialmente proto-femminista 

Quando cominciarono gli studi sui nostri antenati, i primi a catturare l’interesse della comunità scientifica furono gli scimpanzé, probabilmente a catalizzare l’interesse è il fascino legato all’uso spropositato che questi esemplari fanno della violenza. Questa particolarità li ha resi, per quasi un secolo, una sorta di corrispettivo umano del regno animale, a conferma che sì, la natura sembra comportarsi esattamente così; quasi a sottintendere che non era poi tutta colpa nostra se anche gli esseri umani agiscono la violenza secondo direttrici analoghe a quelle di alcuni mammiferi. 

A corollario di questa conferma, si è passati, in modo lineare, a riprodurre e soprattutto a giustificare le disuguaglianze di genere: sostenendo che una delle peggiori piaghe della nostra società, fosse, appunto, normalizzata e naturale, proprio perché riprodotta, sistematicamente anche da altre specie animali.

Ciò ha, per certi versi, messo in difficoltà le lotte femministe, fornendo alla scienza la contro-argomentazione adatta a contrastare gli sforzi di chi, per decenni ha sostenuto la parità di genere, cercando spiegazioni che potessero essere altrettanto valide e scientifiche. Infatti, è a un certo punto, con le ondate successive che si è cercato di spiegare come la costruzione di questi modelli socio-culturali potesse innescare profondi meccanismi capaci di influenzare il comportamento di intere generazioni, differenziato per genere: gli uomini alla sfera della produzione e le donne a quella della riproduzione.

E se l’osservazione degli animali ci suggerisse l’esistenza di una qualche forma di auto-socializzazione al genere, che prescinda le cornici culturali in cui ciascun individuo (o animale) è inserito?

Un bias di conferma

Una delle tesi portanti del libro in questione è catalizzata da questi interrogativi che lasciano ancora questioni aperte: “Le differenze comportamentali tra i sessi, negli esseri umani e negli altri animali, sollevano dubbi che sono al centro di quasi tutti i dibattiti riguardanti la questione di genere della nostra specie. Il comportamento degli uomini e delle donne è diverso per natura o si tratta di una differenza artificiale? Fino a che punto è davvero diverso? E i generi sono soltanto due o sono di più?”.

Leggendo Diversi, forse viene da chiedersi se abbiamo sbagliato “solo” il termine di paragone naturale per fare, degli scimpanzé, quasi un modello di rinforzo: la proposta di Waal, forse un po’ provocatoria ma non per questo meno sensata, è quella che suggerisce di immaginare di sostituire gli scimpanzé con i simili ma, allo stesso tempo, diversissimi bonobo.

Le femmine di bonobo, diversamente da quelle di scimpanzé, sono all’avanguardia sul sesso, lo cercano quasi con coercizione, allo stesso modo in cui i maschi di scimpanzé (ma anche le femmine!), si azzuffano fino a sanguinare. Inoltre, il sistema organizzativo, di stampo matriarcale, dei bonobo, si regge su una forte empatia e solidarietà, soprattutto tra femminile (che potremmo definire come una forma di “sorellanza”, agita spesso anche fuori dai legami di sangue: infatti la loro rete non è basata esclusivamente sulla parentela e il potere è stratificato per età).

L’errore, probabilmente è dipeso dalla ricerca della nostra stessa strutturazione sociale, del funzionamento di alcune dinamiche come la reattività al contesto, le strategie di attaccamento e quelle relazionali. 

In questo caso, secondo me, di uno dei più grandi bias di conferma prodotti dalla nostra stessa società – con cui facciamo i conti ancora adesso -, come se il mondo animale fosse puro e veritiero, solo perché, percepito come privo di influenze culturali, una sorta di specchio semplificato della nostra società.

A contributo, della costruzione di questa narrazione, interviene anche “l’errore che secondo me fanno i media – dice Waal – associando la dominanza maschile alla violenza. Il potere è l’influenza che un membro esercita sul suo gruppo” dimenticandoci spesso che “in natura il sesso meno dominante non è mai senza alcun potere.” 

Una questione di genere

Il genere è una delle prime cose che siamo abituati a notare quando incontriamo qualcuno, coadiuvati dalle sovrapposizioni culturali – che Bourdieu definirebbe habitus – e lo facciamo in pochi secondi anche grazie a capacità visive ed olfattive che neppure sappiamo consciamente di mettere in campo. Tuttavia, le nuove generazioni, particolarmente sensibili alla tematica queer e non riconoscendosi nella logica binaria, implementano ed esplorano la “fluidità” di questi costrutti sociali, attraverso una serie di accorgimenti che eludono questo radar biologico (es.: fasciarsi il seno, farsi la barba, vestirsi, parlare e camminare in un determinato modo).

Su questa linea il dimorfismo sessuale è piuttosto rilevante nella nostra specie, perché ci guida nella scelta del/della partner più di quanto non se ne faccia esperienza cosciente: a me sorprende l’importanza che in questa scelta assume, il timbro di voce o l’odore di un’altra persona.

Una peculiarità tutta umana – o quasi – è legata alla prerogativa dell’attrattività femminile che deve sottostare e soddisfare lo sguardo giudicante del maschio, quando nelle altre specie questa cosa è capovolta e sono i maschi ad essere molto più colorati, adornati e particolari perché devono essere scelti. 

Interessanti sono anche gli atteggiamenti e la gestualità che accompagnano l’incontro con un nostro simile, soprattutto se appartenete al nostro stesso sesso e genere. Infatti “una differenza particolare si rileva anche nello stile in cui gli esseri umani stringono amicizia: i maschi sono animali da branco, mentre le femmine stringono amicizie individuali una dopo l’altra che sono più intime e personali ma anche più fragili anche se la loro natura sembrerebbe portata  all’evitamento dei conflitti”.

Categorizzare e organizzare le informazioni è uno dei principali modi in cui il nostro cervello semplifica e impara: “E’ sessista? [agire una distinzione tra i generi], soltanto se pensa che una qualsiasi allusione a comportamento caratteristico di un sesso implichi una presa di posizione politica. Viviamo in un’epoca in cui alcune persone vedono ovunque le differenze legate al sesso, mentre altre cercano di minimizzarle come se fossero prive di significato”.

Il punto probabilmente è che entrambi gli atteggiamenti non riescono a mettere a fuoco il punto: la messa al valore le differenze, senza pregiudizi, stigmatizzazioni e tantomeno violenza.

Lo stesso discorso si potrebbe fare per il razzismo: nessuno immaginerebbe di combatterlo appiattendo il più possibile le differenze tra le etnie, allora perché questo accade con il genere? Perchè la donna dovrebbe diventare uguale all’uomo? Risolvere le disparità non significa dover rinunciare alle distinzioni di genere, l’uguaglianza di trattamenti non si raggiunge minimizzando le differenze biologiche e sessuali innate e/o scelte dai soggetti.

Fare i conti con la sessualità femminile

Il disprezzo ammesso da Freud per la clitoride inaugura una vera a propria stigmatizzazione del desiderio, del piacere e forse anche del consenso che  vengono così relegati nell’iperuranio fino a stratificarsi su altri tabù.

Waal riporta che, in un certo senso, anche “lo stesso Darwin aveva in grande stima l’agire la scelta delle donne (ma davvero?!), moto della selezione sessuale. La stessa importanza che i maschi danno al sesso e le donne al cibo potrebbe essere indicatore che si rispecchia nel fatto che tendenzialmente gli uomini pensano al sesso tutti i giorni, mentre per le donne non è così”. Sono concezioni come questa che fanno capire che la maggior parte delle affermazioni sull’impulso sessuale femminile avrebbe bisogno di essere rivista, evitando doppi standard che spesso implicano criteri di giudizio di stampo moralista che tendono ad etichettare persone.

Nel solco delle differenze tra uomo e donna, che l’opinione pubblica riconosce, spunta la capacità di provare empatia che si esplica in due forme: una legata alla capacità di leggere il linguaggio corporeo e le espressioni facciali (condivisa con tutti i mammiferi e che sembra essere maggiormente spiccata nelle appartenenti al sesso e al genere femminile) e una molto più cognitiva che si sovrappone alla prima e impone la capacità di mettersi nei panni dell’altro/a (distribuita più equamente tra i sessi).

Omo-bi-transsessualità: anche questa è natura

E’ siamo arrivati alla nota di colore, ben rappresentata in questo libro (il riferimento alla bandiera della comunità LGBTQIA+ non è puramente casuale) che riporta la confutazione di quella che viene definita come “ipotesi della scimmia confusa”,  ci sono molti esempi di omosessualità – termine inventato nel 1869 da Karl-Maria Kertbeny e che viene tolto dal DSM solo nel 1987 – che avvengono in natura come per esempio i pinguini e gli stessi bonobo. Questo chiarisce che già da diverso tempo, anche per gli animali, la sessualità non è semplice “comportamento riproduttivo” ma ricerca del piacere.

E se il trattamento per l’omosessualità è prettamente stigmatizzante, quello riservato alle persone bisessuali, riconosciuta per la prima volta da Kingsey, uno dei primi sessuologi americani che costruì una scala per dimostrare l’esistenza di categorie intermedie (0 a 6), sottolineando quanto la categorizzazione sia molto utile al nostro cervello umano.

In conclusione: da dove far partire una possibile rivoluzione?

Insomma, avrete capito che leggere de Waal è, soprattutto oggi, particolarmente significativo e interessante perché, attraverso osservazione, esperimenti e studio della struttura fisica e psicologica dei bonobo e degli scimpanzé, traccia un’analisi in grado ripercorrendo analogie e differenze nelle interazioni, nelle relazioni e nell’organizzazione di queste due famiglie di primati. Questo potrebbe rivelarsi uno dei punti di partenza per rivoluzionare, non solo il framework della socializzazione di genere ma anche il modo in cui leggiamo e comprendiamo la società e le sue strutture, e di conseguenza rappresenta una delle chiavi di volta che abbiamo per modificarla.

 

*tutte le citazioni sono tratte da “Diversi. Le questioni di genere viste con gli occhi di un primatologo” di Frans de Waal (edito Raffaello Cortina Editore).